Impressioni di una Testa Di Legno sull'escursione 
Lago Matese -  Monte Miletto 
del 21/5/2005

Pino
con partecipazione di
Bianca, Marta, Franco,Fracois, Francesco, Mauro, Gennaro, Dario, Andrea, Giulio, Giovanni e con la partecipazione straordinaria del "pezzato" Tito
e con l'impareggiabile regia di
Zio Bacco
Presentano
Dal Lago Matese al Monte Miletto.

Quando alzo gli occhi e vedo gli altri seduti a mangiare e bere ho un senso quasi di liberazione.Loro sono arrivati già da un po’ ai 2050 metri del monte Miletto.E' stata dura ma ce l’ho fatta!.E' zio bacco a scorgere la mia testa che spuntava dalle rocce con la mia bandana intrisa di sudore, gli occhiali scuri e quello zaino che pesava quintali ma che, allo scollinare, non ne percepivo il peso tanto era grande la gioia di essermi superato.
"Evvaiiiiiiiiii ..... grande Tankasì!" è il grido di Zio Bacco alzando al cielo l'ennesimo bicchiere divino rosso, tra quelli già tracannati, che ha tra le mani.Il suo grido raccoglie la curiosità degli altri amici seduti sulle rocce che girano lo sguardo verso di me. Ho un sorriso sciocco sul viso. Un sorriso che è un misto a felicità e stanchezza. Gli altri che hanno il bicchiere in mano lo alzano simulando un brindisi bevendo avidamente il nettare rosso. Salgo l'ultimo metro di dislivello rispetto alla vetta, ora sono su anche con i piedi oltre che con la testa. Sono sui 2.050 metri. Mi guardo intorno e, sulla destra vedo la pianura alifana. Si distingue nitidamente il Vesuvio mentre, oltre una lingua bassa di foschia, si scorge chiaramente l'isola di Procida. Più vicino si scorge il lago di Gallo e Letino. Vedo distintamente l'abitato di Letino avvinghiato alla parete della montagna. Letino: mitica, ed unica, "Repubblica Anarchica" post unitaria di Cafiero e Malatesta. Di fronte a me ci sono i monti a me noti: la civita di Pietraroja, la civita di Cusano, Monte Erbano, Monte Cigno, Monte Taburno e, più infondo, si scorge Montevergine, le Surte, ecc..Sulla mia destra si vede tutto il Molise. Vicinissime sono Bojano e Guardiareggia. Lo sguardo arriva fino al mar Adriatico. Vedo distintamente la spianata del Gargano e, più in giù, il promontorio della "Foresta Umbra". Mi giro e mi si presenta di fronte la Maiella ancora piena di neve. Uno spettacolo che nessun racconto potrà mai fare giustizia alla anarchica bellezza che si ammira da quassù. Il Miletto: montagna sacra ai sanniti. Un luogo mistico. Sintesi di storia ed emozioni. Emozioni che puoi assaporare solo quassù in cima. Sono sulla vetta del monte che ha segnato la storia del "Sannio Pentro": il "Mons Tifernus". Motivo che mi ha dato forza e le energie per arrivare fin quassù. Sono tenace e caparbio e non mi arrendo facilmente di fronte alle difficoltà ma oggi avevo ceduto!. E' stata solo la forza di volontà a muovere le mie gambe oramai aride di energie. Ma ce l’ho fatta. Cristo se ce l’ho fatta!.  Ci incontriamo casualmente tutti a Miralago mentre l'appuntamento era sul lago. Ci sono alcune persone nuove, almeno per me. C'era anche il cane della nuova amica Bianca: Tito. Un cane pezzato bianco e nero. E' stato un pò il nostro apripista. Non è stato mai fermo, nemmeno mentre mangiavamo! (infatti ha fregato il salsicciotto a Gennaro che, imprudentemente, aveva lasciato incustodito). Ci affacciamo dalla “loggia” del lago Matese di Miralago. Da qui si ha una visione globale di tutto il complesso montuoso. Sulla nostra destra c'è la Gallinola, un tempo territorio dell'orso Appenninico e, a seguire, tutto il massiccio del Matese con la cima più alta del monte Miletto. L'anno scorso c'eravamo già arrivati sul Miletto partendo da Campitello Matese. Camminata breve anche se dura. Arrivammo in cima in meno di due ore ed in  quella occasione proposi a Roberto che mi sarebbe piaciuto partire dal lago. Sono 1000 metri di dislivello. Roberto rispose: "Pinù, nun'tè preoccupà. L'anno che vene c'ha facimo da abbasciò o lago!" quasi come se io avessi dato voce ad un suo desiderio, Quelle vette, viste da Miralago, non sembravano inaccessibili. Profilo facile da superare ad un'indagine approssimativa dell'occhio per noi che siamo abituati a camminare molto e in condizioni estreme. Ma l'esperienza ci insegna che una differente prospettiva, di quella situazione con profilo semplice ma sinuoso, può nascondere una realtà del territorio aspra e cruda. Una prospettiva che camuffa la realtà quasi a volerci attrarre, come le sirene attrassero Ulisse. Un paesaggio che conciliava il nostro bisogno di immergerci nella terra incontaminata per rinfrancare lo spirito e la nostra necessità di percorrere strade antiche per muoverci e muovere la nostra curiosità. Un silenzio irreale sentivo guardando quella montagna benchè intorno ci fosse un'invasione di risate, grida e pacche sulle spalle che non sentivo. Mi ero perso tra quelle gole, quei canaloni che vedevo ancora pieni di neve che già mi immaginavo di percorrere. Dopo aver parlato con la vecchietta che vendeva formaggi fatti da lei, dopo che qualche amico ne avesse comprati alcuni pezzi da mangiare in cima, decidiamo di partire con le macchine per raggiungere il lago. Il tratto non è lungo: qualche chilometro per scendere al livello del lago. Siamo sul Lago, località Palazzina: 1019 metri.  Ci mancano da coprire solo 1031 metri di dislivello per arrivare in cima al Miletto. Lasciamo le macchine all'ingresso della diga sul lago e cominciamo a camminare in ordine sparso. Si chiacchiera, si scatta qualche foto. Si cerca di raccontarsi di sè, delle proprie esperienze, della propria vita. Ci si racconta per rafforzare ancor di più quel legame che va oltre alla “camminata” ma che ci permette di sentirci sempre più "testa di legno". Noi di lerkaminerka sappiamo di essere diversi perché viviamo con una filosofia diversa. Si ride si scherza e, di tanto in tanto, si da uno sguardo alla montagna da salire. In cima, se si guarda con attenzione, si scorge un' antenna del telefono ed una croce. Si riescono a vedere distintamente per il riflesso del sole. Guardo preoccupato. Ho il problema dei crampi. La mia autonomia non è molta, almeno fino all'ultima escursione. Riesco a malapena a camminare 13 chilometri. Poi, come al solito, sarò costretto a camminare sottosforzo con il lancinante dolore dei crampi. Ma il desiderio di arrivare lassù è più forte delle mie preoccupazioni e del futuro dolore. Penso: "male che vada mi fermo un quarto d'ora, qualche massaggio e riparto". I compagni non mi hanno mai abbandonato al mio destino! Tra pensieri, risate, qualche foto, superiamo la diga del lago. Come è tipico delle partenze delle "teste di legno" di Lerkaminerka, non c'è accordo sull'approccio alla montagna. Io ed Andrea parlando parlando ci incamminiamo verso una direzione che ci sembra più logica per un dolce approccio alla montagna. Altri si trovano a percorrere altre direzioni ancora. Penso sia meglio unirsi al gruppo di Zio bacco altrimenti non riusciremo mai a trovare la strada che dobbiamo percorrere. Qualche fischio di "raccolta" e, finalmente, siamo di nuovo tutti insieme. Intanto abbiamo percorso già oltre due chilometri di cammino. Roberto decide di seguire il tracciato di un vecchio tratturo proprio dietro alla chiesetta che c'è ai piedi del Miletto. Un tratturo ancora oggi molto frequentato perchè si notano tracce recenti di passaggi di cavalli, mucche, pecore e muli. E' sicuramente una strada che porta gli animali ai pascoli più alti dove l'erba è incontaminata. Erba dei pascoli alti che dà quei particolari ed unici sapori ai formaggi di queste parti e che i pastori producono secondo tecniche millenarie. La salita è subito dura. Tito, da buon cane di città, sembra impazzito in mezzo a tanti odori a lui sconosciuti. E irrequieto e curioso. Si avvicina ad ognuno, ci annusa poi riparte alla scoperta degli odori.  Anche per noi ci saranno nuove scoperte, anche interiori. Abbiamo percorso qualche centinaio di metri. Il tratturo già si è abbondantemente ristretto. E' diventato un sentiero che sale a tornanti la parete del "Colle del Monaco".Il sentiero segue il canalone che porta fino ad un altopiano. Passiamo da una zona completamente alberata da carpini e roverelle fino a raggiungere una zona completamente spoglia e brulla con pendenze esasperanti.
  Siamo quasi a strapiombo. Guardo in alto. La cima del Miletto non si vede. Abbasso gli occhi e contino a salire. Non camminiamo più in gruppo. Ognuno ha preso il suo ritmo e segue il proprio istinto cercando di distribuire bene le proprie forze. Mi preoccupano un pò queste mie gambe ancora poco allenate. Decido per salire in modo lento ma costante. Rimango insieme a Giulio, Giovanni e Francesco che, però, si attardano per fotografare ogni cosa carpisca la loro curiosità. Anche io, di tanto in tanto, sparacchio qua e là qualche foto. Sono attratto da fiori e dalle forme strane della natura. Cammino lento e, ogni tanto, faccio qualche battuta con gli altri. Francesco, come suo solito, schizza da una parte all'altra della montagna alla ricerca di soggetti da immortalare nelle sue bellissime foto. Mentre ti è vicino poi lo perdi di vista e lo vedi, dopo un pò, a trecento metri di distanza che punta il suo obiettivo a qualche ragno o a qualche farfalla posata su un fiore. Rimango con Giulio e Giovanni. Giulio e Giovanni che, armati dei loro cannoni fotografici, scattano anch’essi foto straordinarie. Giulio mi confida di essere preoccupato perché il giorno dopo deve lavorare e non vuole stancarsi troppo. Lui è fotografo e deve fare un servizio fotografico ad un matrimonio.  Mi saluta più volte perché vuole andare via per poi ripensarci e continuare a camminare. E' troppo duro lasciare. Non ce la fà! Il desiderio di salire sul Miletto è troppo forte e non riesce a maturare l'abbandono alla scalata. Saliamo ancora ed incontriamo i primi faggi. L'aria si fa più fresca. Vedo segnali di vernice bianca e rossa. Segnali tipici dei percorsi CAI. La vernice vecchissima, quasi scomparsa. Segno che nemmeno gli "intrepidi CAIsti" hanno la forza ed il coraggio di affrontare questa ascesa. Preferiscono i percorsi da "cassetta". Quei segnali mi irritano. Io seguo il mio istinto che, casualmente, coincide con quei segnali bianchi e rossi. Li vedo come "appropriazione indebita" di strade tracciate da millenni da animali e pastori.  Nel canalone cominciano a fare capolino piccoli accumuli di neve. Masse di neve sempre più ampie mano mano che si sale.  Seguo sempre il sentiero. Mi ritrovo da solo. Anche Giulio e Giovanni sono andati avanti. Sono solo con i miei pensieri. Forse questo è il momento che aspetto di più, cioè quando posso raccogliere i miei pensieri in un contesto selvaggio. Contesto che mi da la dimensione esatta delle cose. E' strano come possano avere dimensione i problemi della vita quotidiana rispetto al contesto in cui ti trovi.  Qui, in montagna, riesci ad avere un rapporto molto più diretto con te stesso. Sono solo con me stesso, penso a molte cose, a molte persone. Cerco di capire tutti i miei perché e cercare di darmi delle risposte. Abbasso gli occhi, vedo germogli di faggio appena spuntati in questa nuova primavera. Prime foglie di una nuova vita che vivrà molto più a lungo di me. Una pianta alta poco più di 10 centimetri  che arriverà, forse, a quaranta metri ed a 500 anni e più di vita. Quei germogli vivranno e saranno testimoni del passaggio di una testa di legno che, passando, gli ha accarezzato le piccole foglie. Mazza come è dura. I pensieri mi avevano fatto dimenticare la fatica che stavo facendo per salire. Dopo poco scollino in una piccola dolina. Vedo i primi crochi.  Il timo, che vedo in abbondanza,ha ancora il colore rossiccio dell'inverno a far intendere che qui la primavera ancora non è scoppiata in tutta la sua pienezza. Vi sono fiori bellissimi di colore giallo e viola. Un tappeto di fiorellini gialli e viola che scopro essere la “Viola tricolor” quelli viola con sfumature gialle e la “Viola di montagna” quelli di colore giallo. Estesa è anche la presenza del “Non ti scordar di me” (Misiotis alpestris). Minuscolo fiore che si presenta a grappoli, delicatissimo e bellissimo di un azzurro rilassante. Intanto guardo Giulio e Giovanni, gli unici miei punti di riferimento, che sono in cima al Colle del Monaco. Li raggiungo. Mi infilo il mio gilet sulla mia maglietta di lerkaminerka zuppa fradicia di sudore. Si apre una vista bellissima. Vedo finalmente la cima del Miletto in tutta la sua imponenza. Di fronte a me, in basso, scorgo lo scempio ambientale della stazione sciistica di "Campitello Matese". E' un cazzotto nell'occhio in mezzo ad un brulicare di natura incontaminata. La croce sul Miletto è ancora qualcosa di indecifrabile lassù in alto. Il lago si è rimpicciolito ma mostra ancora la sua estensione imponente. Vedo, piccolissimi, tutte le altre “teste di legno” che, dopo essere sceso per il Colle del Monaco, cominciano la risalita sul lato della stazione della teleferica per poi affrontare l'ultimo durissimo tratto. Non ho voglia si scendere nella vallata per poi risalire anche se, sembra, sia la strada più breve. Decido di seguire un'altra strada. E' un costone che porta ad una piccola baracca fatta di pietre e lamiere che scorgo a circa un chilometro di distanza. Su, in alto, Giulio e Giovanni mi aspettano in cima. Li vedo parlare con un pastore a cui chiedono indicazioni per come arrivare al Miletto con meno fatica possibile. Li raggiungo. Mi chiedono se anche io voglia tornare indietro con loro. Rispondo di essere determinato a voler raggiungere la vetta e che continuerò anche se sono consapevole di essere ai miei limiti fisici.  Mi salutano e mi pregano di avvisare gli altri che loro torneranno indietro e che aspetteranno giù sulle rive del lago. Li saluto e parto. Cammino guardando, alla mia destra, la vetta spoglia e brulla del Miletto e, alla mia sinistra, il verde rigoglioso dei pascoli appenninici, delle doline e delle faggete. Più giù, lontano,il Lago Matese che si rimpicciolisce sempre più. Seguo le tracce lasciate dagli animali. Gli escrementi segnano la strada che percorrono quotidianamente: il miglior sentiero possibile con le pendenze più dolci per loro e, quindi, anche per me. Le "tracce" si perdono in prossimità della baracca fatta di pietre e lamiere. Vi do uno sguardo all’interno. E’ solo un ricovero. Questo è il punto più alto dove un animale può spingersi per il pascolo. Da qui in poi solo pietre. Comincio a salire. Il respiro si fa sempre più affannoso. Ogni passo è una pugnalata ai miei già provati muscoli ma la determinazione di arrivare in cima non mi abbandona. Salgo “a tornanti” salendo il dislivello di 10 centimetri alla volta con passo lento e costante. Oltre non riesco ad andare. L'aria si è rarefatta. Un vento forte e gelido batte il versante che sto risalendo. Un freddo che, a contatto col calore del mio sudore, sento molto più pungente di quello che è nella realtà: ma non percepisco la sensazione del freddo pungente, anzi, sento piacere. Sono troppo concentrato a superare quest'ultimo tratto. Le gambe si fanno pesanti. Ho i primi sintomi di cedimento. Decido di fermarmi e mangiare un pò di frutta. Sbuccio una mela, che in genere mangio con la buccia, solo per avere l'alibi di restare seduto qualche minuto in più. Il dubbio di riuscire ad arrivare alla vetta mi passa tra i pensieri alla stessa velocità di una meteora che, con la stessa velocità, scompare. Mi guardo intorno. Vedo qualcosa che si muove in un cumulo di pietre. Un animaletto marrone col petto bianco. Una donnola. Riappare dietro ad una pietra alzando la testa e guardandomi. Cerco di fotografarla ma è già sparita.  La rivedo più in là. Mi accorgo che mi osserva. Poi sparisce definitivamente. Finisco la mela e prendo dallo zaino una banana. La sbuccio lentamente e, lentamente, la mangio. Bevo avidamente l’acqua della mia borraccia e riparto. Continuo a camminare lentamente con metodo e con determinazione. I miei pensieri continuano a librarsi liberi come quei "Falchi grillai"  fotografati da Giulio che disegnano, con il loro volo, improbabili traettorie nel cielo come in un balletto sensuale ed inebriante. Penso a mille cose. Ai mille sbagli ed alle tre o quattro cose buone che ho fatto nella mia vita. Ma mi accontento. Ho tempo per sbagliare ancora. Essere soli con se stessi, in questo ambiente, ti fa sentire nudo. Sei solo, solo con te stesso e con questa montagna da scalare. La fatica comincia nuovamente a farsi sentire. La piccola sosta ha finito i suoi benefici effetti ma devo assolutamente continuare. Non posso fermarmi. I miei amici saranno già su ad aspettarmi. Forse pensano che sono tornato indietro: che mi sono arreso. Zio Bacco, Francesco, Dax e Andrea lo sanno che arriverò. Mi conoscono bene. Metto tre pezzettini di liquirizia pura sotto la lingua e continuo a camminare. La liquirizia mi darà le energie necessarie per salire. Se non altro potrò illudermi che sia così ma è piacevole la fresca sensazione della liquirizia che si squaglia in bocca. Anche la liquirizia è un appiglio a cui potermi aggrappare per superare questo momento di crisi. La croce non la vedo e, quindi non so dove sia la vetta. Salgo seguendo il mio senso di orientamento ma non vedo il punto di arrivo. Guardo in basso e vedo il lago oramai poco più grande di una pozzanghera. Alzo gli occhi e vedo la parete della montagna. E’ talmente ripida che mi da la sensazione che mi si ribalti addosso. Vedo, più avanti, un costone. Sto per scollinare. Forse è la cima. Ancora pochi passi e, poi, si apre avanti a me la vallata. Non sono in cima. Sono solo arrivato all'altezza della stazione della seggiovia. Il mondo mi crolla addosso. Ora vedo la cima e vedo la croce. Perchè devo avere come obiettivo una croce io che sono ateo? Perchè su ogni cima di ogni montagna deve esserci una croce?. Che significato può rappresentare per me che sono un laico?. Eppure quella cima del Monte Miletto, pure, mi appartiene. E’ quel simbolo che non mi appartiene. Penso sarebbe meglio tagliare quelle croci e mettere in cima ad ogni vetta un piccolo obelisco in pietra su cui scrivere e notizie ed informazioni utili a chi ha la forza e la costanza di conquistare una vetta. Magari un bel "Ben arrivato, ce l'hai fatta". Purtroppo il mio obiettivo è quella croce: nel bene o nel male. Sono a quota 1848. Mi mancano ancora 202 metri di dislivello da scalare e poco più di 400 metri da salire. Guardo in alto, non vedo nessuno dei miei amici. penso che saranno già scesi per consumare la colazione più a valle. Oramai sono passate le 15 e, credo, gli altri avranno già finito di mangiare. Non mi interessa. Devo arrivare in cima. Non posso arrendermi adesso. rimetto tre pezzettini di liquirizia pura sotto la lingua e comincio l'ultima fatica. Decido di non guardare più in alto. Mi concentrerò a guardare gli appoggi dei piedi e delle mani a cui, di tanto in tanto, devo ricorrere stante la pendenza stratosferica della parete. Il vento continua a stagliarsi sul mio viso e a rinfrescare il mio corpo.  Un vento che spira da Nord-Est. Continuo a salire senza guardare nè in giù nè in su. Il mio salire è lento, affaticato ma deciso. Devo salire secondo le mie capacità. Continuo guardando i migliori appoggi ed il miglior tragitto. So che ci vuole ancora molto ma devo arrivare. Ancora una volta i miei pensieri prendono il sopravvento sulla fatica. A volte sorrido e volte mi irrito, altre volte mi imbroncio a seconda dei pensieri che percorrono la mia mente. Qui sono solo con me stesso. Posso esprimere la mia corporalità senza condizionamenti. Potrei anche gridare o cantare a squarciagola (se ne avessi la forza). Non guardo su. Non so a che punto sono. Non vedo la "croce" e non sento nemmeno schiamazzare i miei amici. Forse sono già ridiscesi. Non mi preoccupo. Io devo arrivare in cima, poi si vedrà. Continuo a salire piano con le gambe ridotte oramai a due pezzi di legno mosse esclusivamente dalla volontà che non mi abbandona. D'un tratto sento una sferzata di vento che mi prende in piena faccia. Alzo gli occhi, vedo la cima della croce a pochissimi metri. Azzzzzzz.... ci sono!. Sono arrivato! Vedo Zio Bacco, con al sua bandana rossa che mi esclama "Evvaiiiiiii ..... grande Tankasì!" alzando al cielo l'ennesimo bicchiere di vino rosso che ha tra le mani. Mi prendo una pausa. Devo recuperare prima di mangiare. Così faccio. Mangiamo dividendo ogni cosa tra un bicchiere di vino, una risata ed uno sguardo ammirato all’orizzonte. C'è chi prende il sole, chi mesce il vino e chi rulla sigarette. C’è un’aria serena e condivisa tra tutti. Parliamo della fatica per arrivare, delle storie dei briganti. I nuovi vogliono sapere. Bianca, Marta, Franco e Francois (un ragazzo francese che studia a Napoli), ma anche Mauro "o' brigant" sono curiosi, vogliono sapere. Io e Zio Bacco raccontiamo le storie che sappiamo. Parte, quasi istintivamente, la canzone:"Amm pusat chitarr e tammorre pecchè sta musica s'addà cagnà. Simm brigant facimme paura e cu'à scuppetta vulimm cantà....". Intoniamo "Brigant se more". Cantata lassu, in quel contesto, è come cantarla a tutta la gente sannita che vive inconsapevole di essere osservati dalla vetta sannita. Una canzone della riscossa dei contadini contro ai latifondisti ed ai nuovi oppressori piemontesi. Tito, intanto, è vigile nell'osservare le nostre mosse. Aspetta che lasciamo incustodito qualche salame per avvicinarsi furtivamente e papparselo. Così arriva la fine del "salame" di Gennaro che, nel distribuire agli altri la parte affettata e, nel decantarne la bontà, perde di vista il cane che di soppiatto glie lo frega e se lo pappa. Che strano: Come mai a 2.050 metri ci sono tante coccinelle?. Non riesco a darmi una spiegazione. Dobbiamo stare molto attenti perchè c'è uno sciame e si appiccicano dappertutto. Il danno più grosso sarebbe se aggredissero i nostri bicchieri di vino rosso. C'è Mauro "o' brigant" che decanta la bontà dei nostri vini in confronto ai francesi (forse per "pizzicare" Francois che mostra uno spirito ironico ed una tranquillità anglosassone). Parliamo dei referendum sulla fecondazione assistita con una bella esposizione fatta da Bianca che, essendo del mestiere (ricercatrice genetica), ci spiega con grande competenza e ricchezza di dettagli sia la legge sia la tecnica . Ascoltarla è un piacere. Si convincono, anche chi era scettico, per votare per i quattro "SI" al prossimo referendum. Il vino è quasi finito e la strada è ancora lunga per tornare al lago. Zaino in spalla e si comincia la discesa. Guardando all'alto scegliamo quella che, a vista, sembra la strada migliore. Cominciamo a scendere. La discesa si mostra molto più faticosa della salita. Se non altro perché, data la ripidità della parete, bisogna camminare con attenzione stando attenti a non far rotolare pietre che potrebbero colpire i compagni che già si trovano più a valle. Riusciamo a scendere "indenni" il primo tratto. C'è una spianata e, più in là, un canalone pieno di neve. Gennaro prende una busta di plastica raggiunge il canalone, si siede sulla busta, e comincia a scendere in velocità come fosse su uno slittino. I canalone è lungo e ripido. Sarà lungo più di un chilometro. Una pendenza impressionante. Cammino con molta attenzione ma, a volte, i piedi mi "partono" e comincio a scivolare come se fossi fornito di sci. Non è molto agevole scendere così però si fa abbastanza presto. Alterno "sciate" e "camminare" puntando la pianta del piede parallelamente alla pendenza.. Improvvisamente scivolo “a culo a terra” e parto per la discesa come una saetta. In un primo tempo non controllo la discesa. Prendo velocità sempre maggiore. Cerco di prendere il controllo del mio corpo puntando i talloni nella neve per frenare ma non faccio altro che modificare il mio assetto senza ridurre la velocità. Sto per andare a sbattere nella parete rocciosa. Riesco a puntare il piede ad uno spuntone di roccia, giro su me stesso e mi fermo di colpo scivolando ancora un po. Alzo gli occhi e vedo che anche Bianca sta scendendo senza controllo. Mi alzo, punto i piedi e la prendo al volo per un braccio. Si ferma e cominciamo a ridere come due bambini. Si, è stato un bel gioco di scivolate, cadute, capriole con lo stesso spirito che i bambini hanno quando fanno qualche cosa di piacevole ed imprevisto e trasgressivo. Continuiamo a scendere il canalone fino ad arrivare ad una spianata dove ci sono cavalli allo stato brado. Si nota subito che l’area è un geosito di non trascurabile importanza. Un ponte naturale e due inghiottitoi. Li ispezioniamo fino a che è possibile per poi continuare la nostra strada del ritorno. Imbocco un sentiero che staglia un precipizio. Bisogna stare attenti. Dico agli altri di passare più in sù ma mi vengono dietro. Qualcuno smuove una pietra che comincia a rotolare. Tito, credendo che quella pietra gli fosse stata lanciata come per un gioco, comincia a rincorrerla per la ripidissima scarpata. Di colpo si ferma quasi "percepisse" un pericolo imminente. Rimane impietrito. Sotto i suoi piedi c’è il vuoto. Basta un passo e precipita. Lo chiamo, ma rimane immobile. Poi il richiamo di Bianca lo convince ed in quattro salti è di nuovo sul sentiero. Sono risollevato. Continuo a camminare su questa sottilissima lingua di sentiero a strapiombo sulla gola. Mi fermo a mangiare una banana. Arrivano gli altri: siamo di nuovo tutti insieme. Procediamo a fila indiana. L'unico modo possibile per camminare in quelle condizioni. Controllo le gambe che sono stanche. Un passo falso e si "vola" nella gola alta oltre cento metri alla cui base scorre un torrente alimentato da una sorgente e dalle nevi che si stanno sciogliendo a monte. Il rumore dell'acqua è sordo ma vivo. Si percepisce la freschezza e la purezza dal rumore dell'acqua che scorre. C'è vegetazione rigogliosa. Incontriamo faggi altissimi dalla corteccia liscia con tronchi regolari. La boscaglia si dirada. Sento il belare di alcune pecore. Si apre il varco in prossimità di un rudere. Ora si vede il Lago Matese in tutta la sua grandezza. Più giù c'è un pastore con le sue pecore. Ci fermiamo a parlare con lui. E' un ragazzo che ha studiato; si capisce da come parla. E' contento e disponibile a darci tutte le informazioni che gli chiediamo. Gli parliamo della strada che abbiamo percorso e lui ce ne indica una che sarebbe stata meno faticosa. Poi decide di accompagnarci per un pezzo lasciando che le pecore facciano ritorno da sole all'ovile guidate dai suoi cani. Gli chiediamo della sua vita sulle montagne. Non è molto felice. Gli manca la gente. Ci dice che sta sempre solo. Questo è quello che più gli pesa. Non è più come una volta quando i pastori erano a centinaia a frequentare la montagna. Anche questo è il segno dei tempi. Penso che questo ragazzo, non più di 25 anni proveniente da Alife, è una speranza per tenere popolata la montagna. E' possibile essere pastore ed essere istruito. Fare il pastore non è più un lavoro per umili. Si spera che non si perda questa attività fatta secondo metodi e tempi segnati dalla natura. Arriviamo, stanchissimi, alla strada asfaltata.  Decidiamo di andarci a rinfrescare alla fontanella di fianco alla chiesetta. Siamo io, Zio Bacco, Dario ed Andrea. Ci rinfreschiamo e prendiamo per la diga per poi raggiungere le macchine. Ora possiamo parlare tranquillamente dell'escursione. Parlo con Dario dell'associazione, di come potrebbe crescere e di cosa si potrebbe fare per rendere Lerkaminerka punto di riferimento sul territorio. Dei progetti, delle iniziative , del coinvolgimento di altre persone. Infondo non possiamo permettere che Lerkaminerka si debba limitare ad essere un'associazione ambientalista. Dobbiamo integrarci col territorio e coinvolgere emotivamente, culturalmente e materialmente le genti delle nostre terre per renderle consapevoli delle responsabilità che abbiamo nei confronti del territorio e per la conservazione della nostra storia e delle nostre culture. Dario ha problemi molto più pratici. Mi sento quasi in imbarazzo a "filosofeggiare" dall'alto(?) del mio posto fisso di impiegato della stato. Ma tutti, indistintamente, mostriamo la nostra felicità ed orgoglio di essere stati capaci di aver superato la prova più dura mai affrontata dalle “teste di legno” di Lerkaminerka. Anche Bianca e Marta hanno superato egregiamente e tenacemente questa durissima prova. Arriviamo alle macchine per recarci a Miralago per bere la solita birra e riposarci un po’ tra risate e racconti. Ci sediamo, la fame è tanta. Recuperiamo negli zaini le ultime salsicce, pezzi di pane, affettati e formaggi che ci sono rimasti e li dividiamo tra tutti. Qualcuno grida "perchè non ci facciamo quattro spaghetti aglio, olio e peperoncino?". Detto fatto: la signora del bar, una donnona paffutella e gioviale,non si perde d'animo e va in cucina. Quindici minuti e la tavola è fumante di spaghetti. Forti come non mai.  Ma è ciò che ci serve per rinvigorirci. Alle 11 prendiamo la strada del ritorno alle nostre case. E' stata una giornata indimenticabile. Arrivo a casa. Solo Pluto mi aspetta scodinzolante dietro la porta.
Tutta gli altri dormono. Mi infilo nel letto.
Mi addormento stanco ma sereno!
Grazie lerkaminerka, mi dai gli strumenti per vivere come desidero!