|
Pino
con partecipazione di
Bianca, Marta, Franco,Fracois, Francesco, Mauro, Gennaro, Dario, Andrea, Giulio, Giovanni e con
la partecipazione straordinaria del "pezzato" Tito
e con l'impareggiabile regia di
Zio Bacco
Presentano
Dal Lago Matese al Monte Miletto.
Quando alzo gli occhi e vedo gli altri seduti a mangiare e bere ho un senso quasi di
liberazion e.Loro sono arrivati già da un po’ ai 2050 metri del monte
Miletto.E'
stata dura ma ce l’ho fatta!.E' zio bacco a scorgere la mia testa che spuntava
dalle rocce con la mia bandana intrisa di sudore, gli occhiali scuri e quello
zaino che pesava quintali ma che, allo scollinare, non ne percepivo il peso tanto era
grande la gioia di essermi superato.
"Evvaiiiiiiiiii
..... grande Tankasì!" è il grido di Zio Bacco alzando al cielo
l'ennesimo bicchiere divino rosso, tra quelli già tracannati, che ha tra le mani.Il
suo grido raccoglie la curiosità degli altri amici seduti sulle rocce che
girano lo sguardo verso di me. Ho un sorriso sciocco sul viso. Un sorriso che è
un misto a felicità e stanchezza. Gli altri che hanno il bicchiere in mano lo
alzano simulando un brindisi bevendo
avidamente il nettare rosso. Salgo l'ultimo metro di dislivello rispetto alla
vetta, ora sono su anche con i piedi oltre che con la testa. Sono sui 2.050
metri. Mi guardo intorno e, sulla destra vedo la pianura alifana. Si distingue
nitidamente il Vesuvio mentre, oltre una lingua bassa di foschia, si scorge
chiaramente l'isola di Procida. Più vicino si scorge il
lago di Gallo e Letino.
Vedo distintamente l'abitato
di Letino avvinghiato alla parete della montagna. Letino: mitica, ed unica,
"Repubblica Anarchica" post unitaria di Cafiero e Malatesta. Di fronte
a me ci sono i monti a me noti: la civita di Pietraroja, la civita di Cusano,
Monte Erbano, Monte Cigno, Monte Taburno e, più infondo, si scorge Montevergine,
le Surte, ecc..Sulla mia destra si vede tutto il Molise. Vicinissime sono Bojano e
Guardiareggia. Lo sguardo arriva fino al mar Adriatico.
Vedo distintamente la spianata del Gargano e, più in giù, il promontorio della
"Foresta Umbra". Mi giro e mi si presenta di fronte la Maiella ancora piena di neve. Uno
spettacolo che nessun racconto potrà mai fare giustizia alla
anarchica bellezza che si ammira da quassù. Il Miletto: montagna sacra ai sanniti.
Un luogo mistico. Sintesi di storia ed emozioni. Emozioni che puoi assaporare
solo quassù in cima. Sono sulla vetta del monte che ha segnato la storia
del "Sannio Pentro": il "Mons Tifernus". Motivo che mi ha dato forza e le energie per arrivare
fin quassù. Sono tenace e caparbio e non mi arrendo facilmente di fronte alle
difficoltà ma oggi avevo ceduto!. E' stata solo la forza di volontà a muovere
le mie gambe oramai aride di energie. Ma ce l’ho fatta. Cristo se ce l’ho fatta!.
Ci incontriamo
casualmente tutti a Miralago mentre l'appuntamento era sul lago. Ci sono alcune persone nuove, almeno per me. C'era anche il cane
della nuova amica Bianca: Tito. Un cane pezzato bianco e nero. E' stato un pò
il nostro apripista. Non è stato mai fermo, nemmeno mentre mangiavamo! (infatti
ha fregato il salsicciotto a Gennaro che, imprudentemente, aveva lasciato
incustodito). Ci affacciamo dalla “loggia” del lago Matese di Miralago. Da
qui si ha una visione globale di tutto il complesso montuoso. Sulla nostra
destra c'è la Gallinola, un tempo territorio dell'orso Appenninico e, a seguire, tutto il massiccio del Matese con la cima più alta del monte Miletto.
L'anno scorso c'eravamo già arrivati sul Miletto partendo da Campitello Matese.
Camminata breve anche se dura. Arrivammo in cima in
meno di due ore ed in quella occasione proposi a Roberto che mi sarebbe piaciuto
partire dal lago. Sono 1000 metri di dislivello. Roberto rispose: "Pinù,
nun'tè preoccupà. L'anno che vene c'ha facimo da abbasciò o lago!"
quasi come se io avessi dato voce ad un suo desiderio, Quelle
vette, viste da Miralago, non sembravano inaccessibili.
Profilo facile da superare ad un'indagine approssimativa dell'occhio per noi che
siamo abituati a camminare molto e in condizioni estreme. Ma l'esperienza ci
insegna che una differente prospettiva, di quella situazione con profilo
semplice ma sinuoso, può nascondere una realtà del territorio aspra e cruda.
Una prospettiva che camuffa la realtà quasi a volerci attrarre, come le sirene
attrassero Ulisse. Un paesaggio che conciliava il
nostro bisogno di immergerci nella terra incontaminata per rinfrancare lo
spirito e la nostra necessità di percorrere strade antiche per muoverci
e muovere la nostra curiosità. Un silenzio irreale sentivo guardando quella
montagna benchè intorno ci fosse un'invasione di risate, grida e pacche sulle
spalle che non sentivo. Mi ero perso tra quelle gole, quei canaloni che vedevo
ancora pieni di neve che già mi immaginavo di percorrere. Dopo aver parlato con
la vecchietta che vendeva formaggi fatti da lei, dopo che qualche amico ne
avesse comprati alcuni pezzi da mangiare in cima, decidiamo di partire con le
macchine per raggiungere il lago. Il tratto non è lungo: qualche chilometro per
scendere al livello del lago. Siamo sul Lago, località Palazzina: 1019 metri.
Ci mancano da coprire solo 1031 metri di dislivello per arrivare in cima al
Miletto.
Lasciamo le macchine all'ingresso della diga sul lago e cominciamo a camminare in ordine sparso. Si
chiacchiera, si scatta qualche foto. Si cerca di raccontarsi di sè, delle
proprie esperienze, della propria vita. Ci si racconta per rafforzare ancor di
più quel legame che va oltre alla “camminata” ma che ci permette di
sentirci sempre più "testa di legno". Noi di lerkaminerka sappiamo di
essere diversi perché viviamo con una filosofia diversa. Si ride si scherza e,
di tanto in tanto, si da uno sguardo alla montagna da salire.
In
cima, se si guarda con attenzione, si scorge un' antenna del telefono ed una
croce. Si riescono a vedere distintamente per il riflesso del sole. Guardo preoccupato.
Ho il problema dei crampi. La mia autonomia non è molta, almeno fino all'ultima
escursione. Riesco a malapena a camminare 13 chilometri. Poi, come al solito,
sarò costretto a camminare sottosforzo con il lancinante dolore dei crampi. Ma
il desiderio di arrivare lassù è più forte delle mie preoccupazioni e del
futuro dolore. Penso: "male che vada mi fermo un quarto d'ora, qualche
massaggio e riparto". I compagni non mi hanno mai abbandonato al mio
destino! Tra pensieri, risate, qualche foto, superiamo la diga del lago.
Come è tipico delle partenze delle "teste di legno" di Lerkaminerka, non
c'è accordo sull'approccio alla montagna. Io ed Andrea parlando parlando ci
incamminiamo verso una direzione che ci sembra più logica per un dolce
approccio alla montagna. Altri si trovano a percorrere altre direzioni ancora.
Penso sia meglio unirsi al gruppo di Zio bacco altrimenti non riusciremo mai a
trovare la strada che dobbiamo percorrere. Qualche fischio di
"raccolta" e, finalmente, siamo di nuovo tutti insieme. Intanto abbiamo percorso
già oltre due chilometri di cammino.
Roberto decide di seguire il
tracciato di un vecchio tratturo proprio dietro alla chiesetta che c'è ai piedi
del Miletto. Un tratturo ancora oggi molto frequentato perchè si notano tracce
recenti di passaggi di cavalli, mucche, pecore e muli. E' sicuramente una strada
che porta gli animali ai pascoli più alti dove l'erba è incontaminata. Erba
dei pascoli alti che dà quei particolari ed unici sapori ai formaggi di queste parti e che i
pastori producono secondo tecniche millenarie. La salita è subito dura.
Tito, da buon cane di città, sembra impazzito in mezzo a tanti odori a lui
sconosciuti. E irrequieto e curioso. Si avvicina ad
ognuno, ci annusa poi riparte alla scoperta degli odori.
Anche per noi ci
saranno nuove scoperte, anche interiori. Abbiamo percorso qualche centinaio di
metri. Il tratturo già si è abbondantemente ristretto. E' diventato un
sentiero che sale a tornanti la parete del "Colle del Monaco".Il
sentiero segue il canalone che porta fino ad un altopiano. Passiamo da una zona
completamente alberata da carpini e roverelle fino a raggiungere una zona
completamente spoglia e brulla con pendenze
esasperanti.
Siamo quasi a strapiombo. Guardo in alto. La cima del Miletto non si vede.
Abbasso gli occhi e contino a salire. Non camminiamo più in gruppo. Ognuno ha
preso il suo ritmo e segue il proprio istinto cercando di distribuire bene le
proprie forze. Mi preoccupano un pò queste mie gambe ancora poco allenate.
Decido per salire in modo lento ma costante. Rimango insieme a Giulio, Giovanni
e Francesco che, però, si attardano per fotografare ogni cosa carpisca la loro
curiosità. Anche io, di tanto in tanto, sparacchio qua e là qualche foto. Sono
attratto da fiori e dalle forme strane della natura. Cammino lento e, ogni
tanto, faccio qualche battuta con gli altri. Francesco, come suo solito, schizza
da una parte all'altra della montagna alla ricerca di soggetti da immortalare
nelle sue bellissime foto. Mentre ti è vicino poi lo perdi di vista e lo vedi,
dopo un pò, a trecento metri di distanza che punta il suo obiettivo a qualche
ragno o a qualche farfalla posata su un fiore. Rimango con Giulio e Giovanni.
Giulio e Giovanni che, armati dei loro cannoni fotografici, scattano anch’essi foto straordinarie.
Giulio mi confida di essere preoccupato perché il giorno dopo deve lavorare e
non vuole stancarsi troppo. Lui è fotografo e deve fare un servizio fotografico ad un matrimonio.
Mi saluta più volte perché vuole andare via per poi ripensarci e
continuare a camminare.
E' troppo duro lasciare. Non ce la fà! Il desiderio di salire sul Miletto è troppo
forte e non riesce a maturare l'abbandono alla scalata. Saliamo ancora ed incontriamo i primi faggi.
L'aria si fa più fresca. Vedo segnali di vernice bianca e rossa. Segnali tipici
dei percorsi CAI. La vernice vecchissima, quasi scomparsa. Segno che nemmeno gli
"intrepidi CAIsti" hanno la forza ed il coraggio di affrontare
questa ascesa. Preferiscono i percorsi da "cassetta". Quei segnali mi
irritano. Io seguo il mio istinto che, casualmente, coincide con quei segnali
bianchi e rossi. Li vedo come "appropriazione indebita" di strade
tracciate da millenni da animali e pastori. Nel canalone cominciano a fare capolino piccoli
accumuli di neve. Masse di neve sempre più ampie mano mano che si sale.
Seguo sempre il sentiero. Mi ritrovo da solo. Anche Giulio e Giovanni sono andati avanti. Sono
solo con i miei pensieri. Forse
questo è il momento che aspetto di più, cioè quando posso raccogliere i miei
pensieri in un contesto selvaggio. Contesto che mi da la dimensione esatta delle
cose. E' strano come possano avere dimensione i problemi della vita quotidiana
rispetto al contesto in cui ti trovi. Qui, in montagna, riesci ad
avere un rapporto molto più diretto con te stesso. Sono solo con me stesso,
penso a molte cose, a molte persone. Cerco di capire tutti i
miei perché e cercare di darmi delle risposte.
Abbasso gli occhi, vedo germogli di faggio appena spuntati in questa nuova
primavera. Prime foglie di una nuova vita che vivrà molto più a lungo di me.
Una pianta alta poco più di 10 centimetri che arriverà, forse, a quaranta
metri ed a 500 anni e più di vita. Quei germogli vivranno e saranno testimoni
del passaggio di una testa di legno che, passando, gli ha accarezzato le piccole
foglie. Mazza come è dura. I pensieri mi avevano fatto dimenticare la fatica
che stavo facendo per salire. Dopo poco scollino in una piccola dolina. Vedo i
primi crochi. Il timo, che vedo in abbondanza,ha ancora il colore rossiccio
dell'inverno a far intendere che qui la primavera ancora non è scoppiata in
tutta la sua pienezza. Vi sono fiori bellissimi di colore giallo e viola. Un
tappeto di fiorellini gialli e viola che scopro essere la “Viola tricolor”
quelli viola con sfumature gialle e la “Viola di montagna” quelli di colore giallo.
Estesa è anche la presenza del “Non ti scordar di me” (Misiotis alpestris).
Minuscolo fiore che si presenta a grappoli, delicatissimo e bellissimo di
un azzurro rilassante. Intanto guardo Giulio e Giovanni, gli unici miei punti
di riferimento, che sono in cima al Colle del Monaco. Li raggiungo.
Mi infilo il mio gilet sulla mia maglietta di lerkaminerka zuppa fradicia di sudore.
Si apre una vista bellissima. Vedo finalmente la cima del Miletto in tutta la sua
imponenza. Di fronte a me, in basso, scorgo lo scempio ambientale della
stazione sciistica di "Campitello Matese". E' un cazzotto nell'occhio
in mezzo ad un brulicare di natura incontaminata. La croce sul Miletto è ancora
qualcosa di indecifrabile lassù in alto. Il lago si è rimpicciolito ma mostra
ancora la sua estensione imponente. Vedo, piccolissimi, tutte le altre “teste
di legno” che, dopo essere sceso per il Colle del Monaco, cominciano la risalita sul
lato della stazione della teleferica per poi affrontare l'ultimo durissimo
tratto. Non ho voglia si scendere nella vallata per
poi risalire anche se, sembra, sia la strada più breve. Decido di seguire
un'altra strada. E' un costone che porta ad una piccola baracca fatta di pietre
e lamiere che scorgo a circa un chilometro di distanza. Su, in alto, Giulio e Giovanni
mi aspettano in cima. Li vedo parlare con un pastore a cui chiedono indicazioni
per come arrivare al Miletto con meno fatica possibile. Li raggiungo. Mi
chiedono se anche io voglia tornare indietro con loro. Rispondo di essere
determinato a voler raggiungere la vetta e che continuerò anche se sono
consapevole di essere ai miei limiti fisici. Mi salutano e mi pregano di
avvisare gli altri che loro torneranno indietro e che aspetteranno giù sulle
rive del lago. Li saluto e parto. Cammino guardando, alla mia destra, la vetta
spoglia e brulla del Miletto e, alla mia sinistra, il verde rigoglioso dei
pascoli appenninici, delle doline e delle faggete. Più giù, lontano,il
Lago Matese che si rimpicciolisce sempre più. Seguo le tracce lasciate dagli animali.
Gli escrementi segnano la strada che percorrono quotidianamente: il miglior
sentiero possibile con le pendenze più dolci per loro e, quindi, anche per
me. Le "tracce" si perdono in prossimità della baracca fatta di
pietre e lamiere. Vi do uno sguardo all’interno. E’ solo un ricovero. Questo
è il punto più alto dove un animale può spingersi per il pascolo. Da qui in
poi solo pietre. Comincio a salire. Il respiro si fa sempre più affannoso. Ogni
passo è una pugnalata ai miei già provati muscoli ma la determinazione di
arrivare in cima non mi abbandona. Salgo “a tornanti” salendo il
dislivello di 10 centimetri alla volta con passo lento e costante. Oltre non riesco ad
andare. L'aria si è rarefatta. Un vento forte e gelido batte il versante che
sto risalendo. Un freddo che, a contatto col calore del mio sudore, sento molto
più pungente di quello che è nella realtà: ma non percepisco la sensazione
del freddo pungente, anzi, sento piacere. Sono
troppo concentrato a superare quest'ultimo tratto. Le gambe si fanno pesanti. Ho
i primi sintomi di cedimento. Decido di fermarmi e mangiare un pò di frutta.
Sbuccio una mela, che in genere mangio con la buccia, solo per avere l'alibi di
restare seduto qualche minuto in più. Il dubbio di riuscire ad arrivare alla
vetta mi passa tra i pensieri alla stessa velocità di una meteora che, con la
stessa velocità, scompare. Mi guardo intorno. Vedo qualcosa che si muove in un
cumulo di pietre. Un animaletto marrone col petto bianco. Una donnola. Riappare
dietro ad una pietra alzando la testa e guardandomi. Cerco di fotografarla ma è
già sparita. La rivedo più in là. Mi accorgo che mi osserva. Poi sparisce
definitivamente. Finisco la mela e prendo dallo zaino una banana. La sbuccio
lentamente e, lentamente, la mangio. Bevo avidamente l’acqua della mia
borraccia e riparto. Continuo a camminare lentamente con metodo e con
determinazione. I miei pensieri continuano a librarsi liberi come quei
"Falchi grillai" fotografati da Giulio che disegnano, con il
loro volo, improbabili traettorie nel cielo come in un balletto sensuale ed inebriante. Penso a mille cose. Ai mille sbagli ed alle tre o quattro cose buone che
ho fatto nella mia vita. Ma mi accontento. Ho tempo per sbagliare ancora. Essere
soli con se stessi, in questo ambiente, ti fa sentire nudo. Sei
solo, solo con te stesso e con questa montagna da scalare. La fatica comincia
nuovamente a farsi sentire. La piccola sosta ha finito i suoi benefici effetti
ma devo assolutamente continuare. Non posso fermarmi. I miei amici saranno già
su ad aspettarmi. Forse pensano che sono tornato indietro: che mi sono arreso.
Zio Bacco, Francesco, Dax e Andrea lo sanno che arriverò. Mi conoscono bene. Metto
tre pezzettini di liquirizia pura sotto la lingua e continuo a camminare. La
liquirizia mi darà le energie necessarie per salire. Se non altro potrò illudermi
che sia così ma è piacevole la fresca sensazione della liquirizia che si squaglia in bocca.
Anche la liquirizia è un appiglio a cui potermi aggrappare per superare questo
momento di crisi. La croce non la vedo e, quindi non so dove sia la vetta.
Salgo seguendo il mio senso di orientamento ma non vedo il punto di arrivo.
Guardo in basso e vedo il lago oramai poco più grande di una pozzanghera.
Alzo gli occhi e vedo la parete della montagna. E’ talmente ripida che mi
da la sensazione che mi si ribalti addosso. Vedo, più avanti, un costone.
Sto per scollinare. Forse è la cima. Ancora pochi passi e, poi, si apre avanti
a me la vallata. Non sono in cima. Sono solo arrivato all'altezza della stazione
della seggiovia. Il mondo mi crolla addosso.
Ora vedo la cima e vedo la croce. Perchè devo avere come obiettivo una croce
io che sono ateo? Perchè su ogni cima di ogni montagna deve esserci una croce?.
Che significato può rappresentare per me che sono un laico?. Eppure quella cima
del Monte Miletto, pure, mi appartiene. E’ quel simbolo che non mi appartiene.
Penso sarebbe meglio tagliare quelle croci e mettere in cima ad ogni vetta un
piccolo obelisco in pietra su cui scrivere e notizie ed informazioni utili a chi
ha la forza e la costanza di conquistare una vetta. Magari un bel "Ben
arrivato, ce l'hai fatta". Purtroppo il mio obiettivo è quella croce: nel
bene o nel male. Sono a quota 1848. Mi mancano ancora 202 metri di dislivello da
scalare e poco più di 400 metri da salire. Guardo in alto, non vedo nessuno dei
miei amici. penso che saranno già scesi per consumare la colazione più a
valle. Oramai sono passate le 15 e, credo, gli altri avranno già finito di
mangiare. Non mi interessa. Devo arrivare in cima. Non posso arrendermi adesso.
rimetto tre pezzettini di liquirizia pura sotto la lingua e comincio l'ultima
fatica. Decido di non guardare più in alto. Mi concentrerò a guardare gli
appoggi dei piedi e delle mani a cui, di tanto in tanto, devo ricorrere stante
la pendenza stratosferica della parete.
Il vento continua a stagliarsi sul mio viso e a rinfrescare il mio corpo.
Un
vento che spira da Nord-Est. Continuo a salire senza guardare nè in giù nè in
su. Il mio salire è lento, affaticato ma deciso. Devo salire secondo le mie
capacità. Continuo guardando i migliori appoggi ed il miglior tragitto. So che
ci vuole ancora molto ma devo arrivare. Ancora una volta i miei pensieri
prendono il sopravvento sulla fatica. A volte sorrido e volte mi irrito, altre
volte mi imbroncio a seconda dei pensieri che percorrono la mia mente. Qui sono
solo con me stesso. Posso esprimere la mia corporalità senza condizionamenti.
Potrei anche gridare o cantare a squarciagola (se ne avessi la forza). Non
guardo su. Non so a che punto sono. Non vedo la "croce" e non sento
nemmeno schiamazzare i miei amici. Forse sono già ridiscesi. Non mi preoccupo.
Io devo arrivare in cima, poi si vedrà. Continuo a salire piano con le gambe
ridotte oramai a due pezzi di legno mosse esclusivamente dalla volontà che non
mi abbandona. D'un tratto sento una sferzata di vento che mi prende in piena
faccia. Alzo gli occhi, vedo la cima della croce a pochissimi metri. Azzzzzzz....
ci sono!. Sono arrivato! Vedo Zio Bacco,
con al sua bandana rossa che mi esclama "Evvaiiiiiii ..... grande Tankasì!"
alzando al cielo l'ennesimo bicchiere di vino rosso che ha tra le mani. Mi
prendo una pausa. Devo recuperare prima di mangiare. Così faccio. Mangiamo
dividendo ogni cosa tra un bicchiere di vino, una risata ed uno sguardo ammirato
all’orizzonte. C'è chi prende il sole, chi mesce il vino e chi rulla
sigarette. C’è un’aria serena e condivisa tra tutti. Parliamo della fatica
per arrivare, delle storie dei briganti. I nuovi vogliono sapere. Bianca, Marta,
Franco e Francois (un ragazzo francese che studia a Napoli), ma anche Mauro "o' brigant" sono curiosi, vogliono sapere. Io e Zio Bacco raccontiamo
le storie che sappiamo. Parte, quasi istintivamente, la canzone:"Amm pusat
chitarr e tammorre pecchè sta musica s'addà cagnà. Simm brigant facimme paura
e cu'à scuppetta vulimm cantà....". Intoniamo "Brigant se more".
Cantata lassu, in quel contesto, è come cantarla a tutta la gente sannita
che vive inconsapevole di essere osservati dalla vetta sannita.
Una canzone della riscossa dei contadini contro ai latifondisti ed ai
nuovi oppressori piemontesi. Tito, intanto, è vigile nell'osservare le nostre mosse.
Aspetta che lasciamo incustodito qualche salame per avvicinarsi
furtivamente e papparselo. Così arriva la fine del "salame" di Gennaro che,
nel distribuire agli altri la parte affettata e, nel decantarne la bontà,
perde di vista il cane che di soppiatto glie lo frega e se lo pappa.
Che strano: Come mai a 2.050 metri ci sono tante coccinelle?.
Non riesco a darmi una spiegazione. Dobbiamo stare molto attenti perchè c'è
uno sciame e si appiccicano dappertutto. Il danno più grosso sarebbe se
aggredissero i nostri bicchieri di vino rosso. C'è Mauro "o' brigant" che
decanta la bontà dei nostri vini in confronto ai francesi
(forse per "pizzicare" Francois che mostra uno
spirito ironico ed una tranquillità anglosassone). Parliamo dei referendum
sulla fecondazione assistita con una bella esposizione fatta da Bianca che,
essendo del mestiere (ricercatrice genetica), ci spiega con grande
competenza e ricchezza di dettagli sia la legge sia la tecnica .
Ascoltarla è un piacere. Si convincono, anche chi era scettico, per votare per i
quattro "SI" al prossimo referendum. Il vino è quasi finito e la
strada è ancora lunga per tornare al lago. Zaino in spalla e si comincia la
discesa. Guardando all'alto scegliamo quella che, a vista, sembra la strada
migliore. Cominciamo a scendere. La discesa si mostra molto più faticosa della
salita. Se non altro perché, data la ripidità della parete, bisogna camminare
con attenzione stando attenti a non far rotolare pietre che potrebbero
colpire i compagni che già si trovano più a valle. Riusciamo a scendere
"indenni" il primo tratto. C'è una spianata e, più in là, un canalone pieno di neve.
Gennaro prende una busta di plastica raggiunge il canalone, si siede sulla
busta, e comincia a scendere in velocità come fosse su uno slittino. I canalone è
lungo e ripido. Sarà lungo più di un chilometro. Una pendenza impressionante.
Cammino con molta attenzione ma, a volte, i piedi mi "partono" e
comincio a scivolare come se fossi fornito di sci. Non è molto agevole scendere
così però si fa abbastanza presto. Alterno "sciate" e
"camminare" puntando la pianta del piede parallelamente alla
pendenza.. Improvvisamente scivolo “a culo a terra” e parto per la discesa
come una saetta. In un primo tempo non controllo la discesa. Prendo velocità
sempre maggiore. Cerco di prendere il controllo del mio corpo puntando i talloni
nella neve per frenare ma non faccio altro che modificare il mio assetto senza
ridurre la velocità. Sto per andare a sbattere nella parete rocciosa.
Riesco a puntare il piede ad uno spuntone di roccia, giro su me stesso e mi
fermo di colpo scivolando ancora un po. Alzo gli occhi e vedo che anche Bianca
sta scendendo senza controllo. Mi alzo, punto i piedi e la prendo al volo per un
braccio. Si ferma e cominciamo a ridere come due bambini. Si, è stato un bel
gioco di scivolate, cadute, capriole con lo stesso spirito che i bambini hanno
quando fanno qualche cosa di piacevole ed imprevisto e trasgressivo.
Continuiamo a scendere il canalone fino ad arrivare ad una spianata dove
ci sono cavalli allo stato brado. Si nota subito che l’area è un geosito di
non trascurabile importanza. Un ponte naturale e due inghiottitoi. Li
ispezioniamo fino a che è possibile per poi continuare la nostra strada del
ritorno. Imbocco un sentiero che staglia un precipizio. Bisogna stare attenti.
Dico agli altri di passare più in sù ma mi vengono dietro.
Qualcuno smuove
una pietra che comincia a rotolare. Tito, credendo che quella pietra gli fosse
stata lanciata come per un gioco, comincia a rincorrerla per la ripidissima
scarpata. Di colpo si ferma quasi "percepisse"
un pericolo imminente. Rimane impietrito.
Sotto i suoi piedi c’è il vuoto. Basta un passo e precipita. Lo chiamo, ma
rimane immobile. Poi il richiamo di Bianca lo convince ed in quattro salti è di
nuovo sul sentiero.
Sono risollevato. Continuo a camminare su questa sottilissima lingua di sentiero
a strapiombo sulla gola. Mi fermo a mangiare una banana. Arrivano gli altri:
siamo di nuovo tutti insieme. Procediamo a fila indiana. L'unico modo possibile
per camminare in quelle condizioni. Controllo le gambe che sono stanche. Un
passo falso e si "vola" nella gola alta oltre cento metri alla cui
base scorre un torrente alimentato da una sorgente e dalle nevi che si stanno
sciogliendo a monte. Il rumore dell'acqua è sordo ma vivo. Si percepisce la
freschezza e la purezza dal rumore dell'acqua che scorre. C'è vegetazione
rigogliosa. Incontriamo faggi altissimi dalla corteccia liscia con tronchi
regolari. La boscaglia si dirada. Sento il belare di alcune pecore. Si apre il
varco in prossimità di un rudere. Ora si vede il Lago Matese in tutta la sua
grandezza. Più giù c'è un pastore con le sue pecore. Ci fermiamo a parlare
con lui. E' un ragazzo che ha studiato; si capisce da come parla. E' contento e
disponibile a darci tutte le informazioni che gli chiediamo. Gli parliamo della
strada che abbiamo percorso e lui ce ne indica una che sarebbe stata meno
faticosa. Poi decide di accompagnarci per un pezzo lasciando che le pecore
facciano ritorno da sole all'ovile guidate dai suoi cani. Gli chiediamo della
sua vita sulle montagne. Non è molto felice. Gli manca la gente. Ci dice che
sta sempre solo. Questo è quello che più gli pesa. Non è più come una volta
quando i pastori erano a centinaia a frequentare la montagna. Anche questo è il
segno dei tempi. Penso che questo ragazzo, non più di 25 anni proveniente da
Alife, è una speranza per tenere popolata la montagna. E' possibile essere
pastore ed essere istruito. Fare il pastore non è più un lavoro per umili. Si
spera che non si perda questa attività fatta secondo metodi e tempi segnati
dalla natura. Arriviamo,
stanchissimi, alla strada asfaltata. Decidiamo di andarci a rinfrescare alla
fontanella di fianco alla chiesetta. Siamo io, Zio Bacco, Dario ed Andrea.
Ci rinfreschiamo e prendiamo per la diga per poi raggiungere le macchine.
Ora possiamo parlare tranquillamente dell'escursione. Parlo con Dario
dell'associazione, di come potrebbe crescere e di cosa si potrebbe fare per
rendere Lerkaminerka punto di riferimento sul territorio. Dei progetti, delle iniziative ,
del coinvolgimento di altre persone. Infondo non possiamo permettere che
Lerkaminerka si debba limitare ad essere un'associazione ambientalista. Dobbiamo
integrarci col territorio e coinvolgere emotivamente, culturalmente e
materialmente le genti delle nostre terre per renderle consapevoli delle
responsabilità che abbiamo nei confronti del territorio e per la conservazione
della nostra storia e delle nostre culture. Dario ha problemi molto più
pratici. Mi sento quasi in imbarazzo a "filosofeggiare" dall'alto(?)
del mio posto fisso di impiegato della stato. Ma tutti, indistintamente, mostriamo la nostra felicità
ed orgoglio di essere stati capaci di aver superato la prova più dura mai
affrontata dalle “teste di legno” di Lerkaminerka. Anche Bianca e Marta
hanno superato egregiamente e tenacemente questa durissima prova. Arriviamo alle
macchine per recarci a Miralago per bere la solita birra e riposarci un po’
tra risate e racconti. Ci sediamo, la fame è tanta. Recuperiamo negli zaini le
ultime salsicce, pezzi di pane, affettati e formaggi che ci sono rimasti e li
dividiamo tra tutti. Qualcuno grida "perchè non ci facciamo quattro spaghetti aglio, olio e
peperoncino?". Detto fatto: la signora del bar, una donnona paffutella e
gioviale,non si perde d'animo e va in cucina. Quindici minuti e la tavola
è fumante di spaghetti. Forti come non mai. Ma è ciò che ci serve per rinvigorirci.
Alle 11 prendiamo la strada del ritorno alle nostre case. E' stata una giornata
indimenticabile. Arrivo a casa. Solo Pluto mi aspetta scodinzolante dietro la
porta.
Tutta gli altri dormono. Mi infilo nel letto.
Mi addormento stanco ma sereno!
Grazie lerkaminerka, mi dai gli strumenti per vivere come desidero!
|